Scatola a 5 lati

Assassina. Teatro del Sole. Bologna.


Al centro del teatro di Enzo Vetrano e Stefano Randisi c’è l’attore, la sua materia poetica fatta di carne, di voce, di aura. La parola che questi due fini artisti-artigiani della scena contemporanea porgono al pubblico, forte anche di una pratica condivisa e dialettica tra recitazione e regia, sgorga da tale matrice e diventa consistenza scenica avvolgendo lo spettatore. Siciliani, da tempo radicati in Emilia – dove hanno lavorato, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, con Leo de Berardinis prima di fondare la propria compagnia Diablogues – non hanno mai perso il legame con la terra d’origine, cui attingono calda visionarietà e lingua magmatica.
La loro conoscenza con Franco Scaldati – autore, attore e regista palermitano – risale a molto tempo fa, quando i due artisti appartenevano alla fertile scena teatrale di Palermo, operando nello storico gruppo Daggide, cui si deve un indimenticato Ubu re (1974). Ma l’ingresso nell’universo drammaturgico di Scaldati è invece per loro un passo recente, mosso nel 2012 quando, dopo un lungo percorso pirandelliano, hanno sentito addosso un’assonanza potente con quel mondo popolato di dualità, con quell’immaginario lunare travasato dai sogni di cui Scaldati è artefice massimo, e vi sono entrati con grazia riscontrando la soddisfazione dell’autore.

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Assassina coglie due bizzarri personaggi – e la loro proiezione genealogica – nelle smanie di una convivenza forzata, indesiderata, irriducibile. Sono (forse) un uomo e una donna, anzi un “omino” e una “vecchietta”, cui fanno da controcanto “i genitori” che intervengono dalla loro condizione di effigi alla parete, figure arcane e spiazzanti che Vetrano e Randisi hanno affidato alla musicalità dei Fratelli Mancuso, a quel loro scavo all’origine della voce e del canto amoroso.
Così, sullo sfondo di una Palermo notturna che viene inghiottita nelle galassie, conosciamo due abitanti di questo mondo abbandonato e conteso, creature grottesche e surreali, lei di “improbabile discendenza sciamanica”, lui in veste di “enigmatico sagrestano”.
Nella scena ideata da Mela Dell’Erba, dove tutto ciò che “vecchietta” e “omino” ambiscono di possedere consiste nel rudere di uno scenario di devastazione, gli antenati-Mancuso appaiono col loro canto nei panni della “Donna barbuta” di de Ribera, puri e irsuti, come scesi da un altro pianeta. La lingua di Scaldati, resa più comprensibile a tutti dal lavoro di cesello che Vetrano e Randisi operano nell’assoluto rispetto della dimensione poetica, si offre nel pieno della sua incessante ricerca esistenziale, praticata con un divertimento dal carattere violento.

«A chi o a cosa allude il titolo Assassina in tutto questo? – si sono chiesti i registi – Qual è la minaccia fatale per questi due esseri? (Sempre che siano due, come si domandano a un certo punto loro stessi, quando sono colti dal sospetto di essere una sola persona). Scaldati ha scritto più versioni del testo: nella prima sembra essere il topo a dar loro il veleno, nella seconda tutti i soggetti del bestiario della pièce si mangiano a vicenda, lasciando pensare che l’assassina sia la bestialità che li circonda. Quello che a un certo punto ci è piaciuto immaginare è che assassina sia l’ombra, elemento sempre presente, incancellabile, l’ombra tornata da sottoterra a tormentare i vivi. In fondo, i due, sono uno l’ombra dell’altro, vittime di un’esistenza che non sa tenere unite le cose».

Assassina – 28 gennaio – 05 febbraio – Sala Salmon Teatro Arena del sole Bologna.

Testo Franco Scaldati | interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi | Emilia Romagna Teatro.

Cristina Capodaglio

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