Parterre e asfalto

Garofano Verde. Teatro Argentina. Roma.


Il Teatro Argentina di Roma ospita dall’8 al 10 settembre 2014 la Rassegna Garofano Verde.

Nei vent’anni scorsi abbiamo ininterrottamente conosciuto il dialogo, l’apprezzamento, il sostegno del Comune di Roma, ma quest’anno il Garofano Verde, organizzato dalla Società per Attori, è stato considerato, alla luce dei parametri applicati da un nuovo bando comunale, una “manifestazione storica non finanziabile”, mentre s’è andata in corrispondenza rafforzando la mano tesa istituzionale ad opera del Teatro di Roma che già nel giugno 2013 aveva ospitato e contribuito a un’anteprima sullo sperone montato nella platea del teatro Argentina, sinergia tradottasi nel giugno scorso in un’ulteriore settimana di programmazione anticipatoria della XXI edizione della rassegna, sempre all’Argentina. Una conoscenza, va detto, che il neo‐direttore artistico dello stabile romano Antonio Calbi ha da subito tenuto a riconfermare e a  rilanciare fortemente, contribuendo  con  tre  serate di spettacoli del vero  e proprio  Garofano  Verde  2014  che  occasionalmente,  e  gratificantemente,  aprono  la  stagione dello stesso teatro Argentina. Questa fiducia, questa visibilità, questa condivisione da parte di un organismo prestigioso della scena pubblica della Capitale, e della scena italiana, ci ripagano di una coerenza culturale e sociale, in un Paese che stenta ancora a rendersi conto del peso dei pregiudizi attinenti l’omofobia, un Paese in cui giace da anni ignorata una proposta di legge volta a considerare e a punire più severamente ogni violenza di origine omofobica. Ed è anche per questa latente e perdurante ingiustizia che, oltre ad agire sulla scena del Teatro Argentina,  il Garofano Verde sta studiando una modalità di monitoraggio e di tutela di spettacoli a tema omosessuale brevettando, dalla stagione 2014-­15, il marchio “Segnalato da…”

Presentazione e programmaLe tre serate in programma all’Argentina ci faranno conoscere tre approcci artistici, tre storie simboliche o reali, tre trattamenti dell’emozione, e tre meccanismi drammaturgici, relativi alla libertà o all’intolleranza in materia di scelte libere di vita, nei nostri tempi. La Compagnia Vucciria Teatro, una formazione del 2012 scoppiata da noi e anche oltreoceano, a San Diego, col suo bagaglio di lingua siciliano‐italiana, e con le radici di uno studio umano che accosta l’isolamento intimo a quello territoriale, propone Io, mai  niente con nessuno avevo fatto di Joele Anastasi (anche regista e co‐interprete con Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano), un dramma di tre voci che scavano nell’ingenuità e nella passione, nell’istinto di un universo popolare, nella poesia dura e ingrata di omosessualità, violenza e malattia sullo sfondo di un panorama palermitano senza filtri. Sotto l’egida di Teatri Uniti, Birre e rivelazioni di Tony Laudadio è un atto unico in otto birre scritto appositamente per la rassegna, con un confronto progressivo e scomodo tra due adulti, Roberto De Francesco e Andrea Renzi, che parlano di uno stesso giovane, amato in modo istintivamente paterno da uno dei due e entrato nella sfera affettiva del docente che va a trovare il genitore del ragazzo nel pub da lui gestito, dando luogo a otto stazioni di dialogo con svelamento e coinvolgimento. E poi irrompe, nel Garofano Verde, la tranche di un fatto di cronaca riletto, riscritto, adattato al teatro, ed è Un bacio che Ivan Cotroneo ha in particolare (ma non solo) elaborato scenicamente per la voce di Iaia Forte, consegnandole un po’ il ruolo arbitro dei due personaggi che diventarono protagonisti nel 2008, in un liceo californiano, di un avvenimento a tinte molto oscure, con omicidio ai danni di un ragazzo quindicenne ucciso da un suo coetaneo che non ne accettò il corteggiamento, attribuendo un compito testimoniale al terzo punto di vista  di  una  professoressa  in stretta relazione con i due adolescenti.

Il Garofano Verde ha anch’esso, malgrado tutto, una vocazione a dire, e per intanto ringrazia il Teatro di Roma che permette questo gesto.

da Rodolfo di Giammarco.

Cristina Capodaglio

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