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Thomas Ostermeier “Uscire dalla crisi”.


Thomas Ostermeier è nato nel ’68 ed è uno dei più registi più noti della sua generazione.
Dal 1999 dirige la Schaubühne, a Berlino, dove difende un’arte politicamente impegnata e esteticamente innovatrice. Artista associato del Festival di Avignone nel 2004, presenterà quest’anno “Il matrimonio di Maria Braun”. Parteciperà anche all’incontro dal titolo “un’altra politica dell’aarte?”, il 14 e 15 luglio.
Né en 1968, Thomas Ostermeier est l’un des plus célèbres metteurs en scène de sa génération. Depuis 1999, il dirige la Schaubühne, à Berlin, où il défend un art politiquement engagé et esthétiquement novateur. Artiste associé du Festival d’Avignon en 2004, il y présente cette année
« Le Mariage de Maria Braun ». Il participera aussi à la rencontre intitulée « Une autre politique de l’art ? », le 14 juillet à 15 heures, dans le cadre des « Controverses du “Monde” », avec Marie-José Malis, directrice du Théâtre de la Commune, à Aubervilliers (Seine-Saint-Denis).

Mentre la protesta investe il Festival di Avignone, il regista teatrale Thomas Ostermeir continua a credere nel rinnovamento del teatro.

Per il regista tedesco Thomas Ostermeir, direttore del teatro della Schaubühne, a Berlino, “il teatro ha perduto la sua centralità agli occhi delle classi dirigenti iperconnesse”. Nonostante questo crede che un rinnovamento sia ancora possibile.

DSC00018Gli intermittenti dello spettacolo (come si chiamano i lavoratori dello spettacolo in Francia, a sottolineare il carattere discontinuo del lavoro artistico-creativo e culturale – n.d.t) hanno ragione di protestare o dovrebbero piuttosto considerare sufficienti i passi avanti fatti dal governo?

Sono solidale con il movimento degli intermittenti francesi. Sta a loro decidere se per poter avere peso nelle negoziazioni, bisogna scioperare o no. Lo statuto degli intermittenti è unico nel paesaggio culturale europeo. L’idea di voler proteggere i mestieri dello spettacolo, dove si lavora per definizione in modo discontinuo, è eccezionale. E deve essere difesa.
È uno stato sociale molto più avanzato di quello in vigore in Germania. Nel mio paese, un attore indipendente che non lavori in una compagnia – dove percepirebbe uno stipendio – fatica ad avere la disoccupazione, per via di una regolamentazione molto più rigida.
La Francia è socialmente più evoluta della Germania. E Berlino dovrebbe augurarsi di copiare Parigi. Come per il salario minimo garantito, adottato in Francia da più di trent’anni e che la Germania ha recentemente isituito per proteggere le fasce sociali più deboli.

Eppure il teatro tedesco gode ottima salute. A volte sembra addirittura che critica e pubblico dei festival internazionali lo preferiscano a quello francese. Una prova che è possibile fare buoni spettacoli senza uno statuto sociale speciale?

Se a volte la qualità del teatro tedesco è giudicata migliore, è perché ci sono molti più soldi in Germania che in Francia. Molto sempicemente. È questa realtà che dà qualità ai nostri spettacoli, perché i nostri teatri hanno più mezzi per ospitare e formare compagnie in residenza, costruire scenografie, elaborare un repertorio, lavorare sulla tecnica del gioco attoriale. Nei teatri tedeschi, ci sono compagnie che lavorano per anni per perfezionare il loro stile. Spesso, è solo questa la differenza.

Non è paradossale, come fanno gli intermittenti, di parlare di un trionfo del liberalismo quando la creazione, in Francia, resta largamente sovvenzionata dallo Stato e la disoccupazione dal settore privato?

Nonostante, il neoliberismo continui a guadagnare terreno. Inoltre, possiamo giudicare lo stato di buona salute di una società se quest’ultima è capace di pagare i propri oppositori. Quello che non è assolutamente paradossale nel capitalismo è che digerisce le critiche per meglio evolversi. Il fatto di disporre di un settore non mercificato che promuove artisti incaricati di portare uno sguardo critico sulla società testimonia il dinamismo del capitalismo.
Sono assolutamente convinto che lesinare su questo settore artistico porterà alla rivolta le nostre società già al limite di una crisi di nervi. E crolleranno. Non dimentichiamo che la sovvenzione è nella tradizione del mecenatismo aristocratico. Un tempo, i nobili ospitavano a corte dei buffoni che li ridicolizzavano e criticavano. Oggi, noi artisti sovvenzionati abbiamo lo stesso ruolo verso la borghesia. È per questo che se l’arte viene sacrificata sull’altare del profitto, assisteremo al suicidio della borghesia.

Quali sono i segnali dell’attuale “suicidio borghese?”

La borgesia non capisce che, trasformandosi in volgari “Chicago Boys”, morirà adattandosi alle leggi del mercato. Perché rinnega le idee del secolo dei lumi, come l’educazione o la creazione artistica autonoma, le forme di emancipazione sottratte alla proprietà privata e al mercato, che ha essa stessa voluto.
La borghesia, che si è sviluppata durante la rivoluzione industriale, ha ereditato dall’aristocrazia gusto per la cultura e sostegno degli intellettuali. Sacrificando l’arte sull’altare della redditività, la classe borghese si suicida perché rinnega quello che fu il suo marchio di fabbrica, il suo supplemento di anima, la sua peculiarità sociale: da una parte, sostenere gli artisti creativi e indipendenti; dall’altra, ridistribuire la ricchezza che questa società accumula con le tasse attraverso un processo democratico, non soltanto reinvestendo queste stesse ricchezze in altri luoghi di profitto, ma anche in beni pubblici come le biblioteche, i teatri, i parchi, gli ospedali. Ovvero quello che dovrebbe costituire l’orgoglio e la bellezza di una società borghese in buona salute.

Michel Foucault diceva che “bisogna difendere la società”. Lei invece dice che “bisogna difendere lo Stato”?

Si, noi artisti di sinistra, per lungo tempo anti-statalisti patentati, ci ritroviamo in una situazione storica inedita, a dover difendere uno Stato borghese che si sta suicidando.

Non c’è una differenza sostanziale tra la borghesia istruita nata dalla rivoluzione industriale, appasionata d’arte e di teatro, e quella di oggi, dedita al business e alle nuove teconologie?

Assolutamente. Il teatro ha perso la sua centralità agli occhi delle classi dirigenti iperconnesse. È addirittura entrato in una grande crisi e il ruolo principe che ha avuto in passato in Europa, dalla Grecia antica fino agli anni ’80, sembra sorpassato. Ma non è solo colpa degli attori, dei registi o degli autori, per quanto fortemente responsabili. È anche colpa di una pigrizia propria allo spettatore borghese di città, quello che in Francia chiamate “bobò” (i figli di papà – n.d.t.)
Il teatro non è un semplice divertimento, è molto più difficile di un video gioco. Quest’arte ha un carattere educativo. E la crisi è la stessa in ogni ambito: nell’universo teatrale, come nel cinema e nelle arti figurative che sono ormai terreno di speculazione per i nuovi ricchi.

Qual è la natura dell’attuale crisi del teatro?

Innanzitutto è una crisi che coinvolge attori e autori. I registi sono una professione di recente apparizione nella storia teatrale. Se questa funzione scomparisse non sarebbe troppo grave. Ma attori e autori non possono scomparire. L’autore ha il ruolo di creare un ponte tra la scena e la realtà sociale e politica che lo circonda. Se riusciamo a rappresentare in scena conflitti sociali o generazionali presenti nella società contemporanea, è necessario affrontarne la complessità in modo sottile, indubbiamente impegnato, ma lucido. Attualmente esiste un teatro che mostra le contraddizioni del mondo contemporaneo in modo semplicistico, un teatro dei buoni sentimenti la cui ambizione intellettuale è piuttosto limitata. Ma il teatro non è né una chiesa, né un sindacato, né un partito.

A cosa serve il teatro?

Il teatro esiste per poter fare domande migliori, ma mai per dare risposte. I dibattiti sull’arte del teatro sono piuttosto poveri. Sapere se useremo il video in scena o no, se è necessaria l’interdisciplinarietà, sono questioni senza importanza. L’essenziale, è riscoprire il teatro come arte del conflitto. Attualmente, non ci sono abbastanza autori che lavorano ad attualizzare la scene dei conflitti intellettuali, sociali, economici e geopolitici contemporanei.

Perché anche gli attori sono in crisi?

Troppi attori non capiscono che il loro compito più nobile è quello di rappresentare in scena degli esseri umani con tutta a loro complessità, personaggi con i quali identificarsi, lontani dal narcisismo che si limita ad ammirare il proprio gioco e la recitazione, anche se in modo “moderno”. È necessaria una recitazione che sia in rapporto con quello che vediamo nelle strade, nella sfera personale, al lavoro, al supermercato.
L’attore deve mostrare come il mondo neoliberale impregni il nostro corpo, il nostro comportamento sociale, la nostra intimità, le nostre scelte sentimentali. È la pratica del “teatro di documentazione” che fa recitare dei dilettanti o delle “persone vere” per parlare dell’esilio o della morte di una regione. Questo successo evidente è il sintomo di una grave crisi che attraversa il mondo e il mestiere degli attori contemporanei. Ma attenzione, anche questo genere teatrale a volte diventa semplice rappresentazione naturalistica della realtà dove mostrare al pubblico dei campioni di umanità.

Ci sono comunque ragioni per credere in un rinnovamento del teatro?

Credo di si. Ci sono giovani che vengono alla Schaubühne e sembrano apprezzare spettacoli che infrangono schemi estetici datati. Detesto il “teatro teatrale”, dove gli attori sono in scena per lusingare il proprio narcisismo e hanno completamente dimenticato la ragione per cui sono saliti in scena la prima volta. La programmazione della Schaubühne è esigente e impegnata. Anche se si trova in un quartiere popolare e periferico di Berlino, siamo riusciti ad attirare un pubblico giovane e internazionale.
Penso che per questi giovani, il teatro sia il solo luogo veramente diverso dalla televisione o da Internet. Perché questo spazio tridimensionale è uno spazio democratico, perché lo spettatore può decidere con quale personaggio è d’accordo e quale gli sta simpatico. Il teatro è oggi uno degli ultimi spazi pubblici, in un mondo dove lo spazio pubblico è diventato luogo di passaggio e di consumo.

Nicolas Truong  – Giornalista di Le Monde

estratto dal comunicato del Teatro Valle Occupato di Roma.

Cristina Capodaglio

 

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