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Il felice “scandalo” del Teatro Valle.


Di Giulia Rodano:

Si discute molto in questi giorni sui giornali romani, del Teatro Valle. In molti si lamentano di una presunta colpevole latitanza del Comune di Roma e del ministero dei Beni Culturali nei confronti degli occupanti, che, non dovendo pagare né affitto, né utenze, eserciterebbero una concorrenza sleale nei confronti degli altri operatori teatrali in regola con la legge.

imagesGli stessi, protagonisti anche di una vera e propria petizione sul tema, affermano con forza che il Valle “deve essere subito restituito alla città”.

Affermazione di buon senso, si direbbe. Ma come accade spesso il buon senso è pericoloso.

Sarebbe facile rispondere che il Valle è ed è sempre stato un teatro pubblico, che quindi ha goduto per anni e anni, non solo del pagamento delle utenze, ma anche di finanziamenti all’attività.

Quindi la situazione attuale del Valle sarebbe, ai puri fini contabili, un risparmio secco per le Istituzioni pubbliche. Il Valle era stato chiuso. Al Valle non c’era più niente. Da tre anni il Valle è aperto, ospita compagnie e realtà dello spettacolo, persino produce.

Dov’è la concorrenza sleale? In che senso andrebbe restituito alla città? In questi tre anni il Valle è stato un punto di riferimento, uno spazio disponibile, un luogo di teatro, di ricerca, di discussione, di elaborazione.

A meno che non si pensi che un teatro gestito autonomamente da artisti, che ospita e produce drammaturgia contemporanea, che si ostina a pensare sulle politiche culturali, sul teatro e sulla sua organizzazione, sui lavoratori del teatro e della cultura, sia un’anomalia che vada cancellata.

E in effetti gli occupanti del Valle sono una voce fuori dal coro. Non hanno solo occupato un teatro chiuso e probabilmente destinato al degrado, non hanno solo cercato un posto per sé. Hanno proposto il tema della valorizzazione dei beni comuni e hanno affermato concretamente che la cultura e i suoi luoghi sono uno di questi beni. Hanno proposto un nuovo modello di gestione del bene comune cultura, una gestione pubblica, ma non statale, pubblica, ma partecipata.

In un mondo in cui ormai si pensa che si possa investire in cultura solo se rende, in cui si afferma con tranquillità che i pubblici poteri devono ritrarsi dalla gestione e affidare a privati di buon cuore la manutenzione dei propri beni culturali e la gestione dei propri luoghi affidando loro naturalmente anche le residue risorse pubbliche, gli occupanti del Valle hanno affermato che occorrerebbe trovare le forme per affidare la gestione di questi beni, in forme trasparenti e controllate, a cittadini che ci investano e che se ne prendano cura, non per guadagnarci, ma per esaltarne la qualità di bene comune.

Ci stupiamo che il Prefetto abbia considerato non attuabile una forma così innovativa? Certo non è il Prefetto che deve innovare. Sono coloro che hanno responsabilità pubbliche. Basterebbe provare a trasformare la proposta del Valle in una delibera comunale, o meglio, ancora, in una legge.

Ma forse, nonostante il tanto declamato cambio di verso, l’innovazione del Valle non  piace, non va per il verso del pelo della privatizzazione del pubblico che va tanto di moda oggi.

Ma la cosa più scandalosa è che gli occupanti del Valle hanno dimostrato che tutto questo è possibile, si può fare e può funzionare. Si può aprire un teatro, farlo funzionare, produrre e ospitare, organizzare intere stagioni, luoghi di formazione e di riflessione, fuori dalle forme tradizionali di organizzazione.

La proposta del Valle rappresenta una possibile alternativa. Ma nessuna sembra veramente interessato a verificare se e come può essere percorsa, se può essere raccolta, diventare la sperimentazione di una politica che vuole davvero cambiare.

Oportet ut scandala enveniant. Link all’articolo: http://www.giuliarodano.eu/news/il-felice-scandalo-del-teatro-valle/

By Teatro Valle  Occupato – Cristina Capodaglio

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