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Mio figlio era come un padre per me.


Marta e Diego Dalla Via sono saliti due giorni fà sul palcoscenico del Teatro Comunale di Porto San Giorgio e replicano stasera 26 aprile 2014 al Teatro Alfieri di Montemarciano, Ancona con lo spettacolo Mio figlio era come un padre per me.

Lo spettacolo, vincitore dell’edizione 2013 dell’importante Premio Scenario, è scritto, diretto, interpretato dai fratelli Dalla Via che hanno disegnato anche scene e costumi. La partitura fisica è di Annalisa Ferlini, audio e luci di Roberto Di Fresco e Veronica Schiavone è stata assistente di produzione.

 Il tema dello spettacolo è fortefar fuori i genitori per vendicarsi di un futuro che da figli non si può godere.

padre “La prima generazione ha lavorato – scrivono i Dalla Via nella presentazione –, la seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi. C’è una bella casa, destinata a diventare casa nostra. È qui che abbiamo immaginato di far fuori i nostri genitori. Per diventare noi i padroni. Non della casa, padroni delle nostre vite. Niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero. Fuori dalle statistiche, fuori dalla cronaca, un atto terroristico nascosto tra le smagliature del quotidiano vivere borghese. Il modo migliore per uccidere un genitore è ammazzargli i figli e lasciarlo poi morire di crepacuore. Era il nostro piano perfetto. Poi è arrivata la crisi, a rovesciarci addosso lo specchio del nostro benessere. Alimentazione, sport, lavoro, affetti, infine la morte, tutto risponde ad un’oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza. Noi, in fondo, viviamo per questo: per arrivare primi, e negare di aver vinto. Quanto dura un’epoca ai tempi della polenta istantanea? Un anno, un mese, forse meno. Quella che raccontiamo dura 24 ore ed è fatta di euforia e depressione, di business class e low cost, di obesi e denutriti, nello stesso corpo. I protagonisti sono simbolo di una popolazione intera che soffre di ansia da prestazione. Il benessere li condanna alla competizione ma il traguardo gli viene sottratto. Il traguardo è diventato una barriera. Generazionale. Sociale. Culturale. Per costruire un futuro all’altezza di questo nome bisognerebbe vomitare il proprio passato. Siamo nati per riscrivere le nostre ultime volontà”.

Cristina Capodaglio

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