Scatola a 5 lati

Giuseppe Battiston. L’invenzione della solitudine.


L’invenzione della solitudine di Paul Auster è ospite sul palcoscenico del Teatro Duse di Genova dal 5 al 9 febbraio 2014. Coprodotto dal Teatro dell’Archivolto e dal Teatro Stabile di Genova, L’invenzione della solitudine è uno spettacolo messo in scena da Giorgio Gallione e interpretato da Giuseppe Battiston, il quale ama passare senza soluzione di continuità dal cinema, che gli ha dato fama nazionale, al teatro da cui nasce la sua formazione attoriale. Le scene e i costumi sono di Guido Fiorato, le musiche di Stefano Bollani e le luci di Aldo Mantovani.

battistonGiuseppe Battiston racconta una storia dalle forti venature autobiografiche che lo statunitense Paul Auster (1947) ha sintetizzato e reso universale nel romanzo in due parti L’invenzione della solitudine: la prima, Ritratto di un uomo invisibile, dedicata alla scoperta di un padre troppo a lungo sconosciuto; la seconda, Il libro della memoria, intesa a concentrare l’attenzione sulla sua identità di scrittore e di padre dell’amatissimo Daniel, proprio nei giorni in cui lo scrittore si stava separando dalla moglie.
Raccolto sotto l’epigrafe «Un giorno c’è la vita… poi, d’improvviso, capita la morte», questo doppio tragitto da figlio a padre e viceversa s’intreccia nello spettacolo, che Battiston e Gallione costruiscono in forma di monologo, proponendosi come una sofferta e personalissima riflessione sulla difficoltà dei legami di sangue più diretti e sfociando verso la constatazione di come sia sempre il caso a governare, impercettibilmente, le nostre esistenze. Si muore per caso, così come sovente proprio per caso le cose accadono.
Qualche settimana dopo l’inattesa morte del padre, il protagonista si ritrova nella grande casa di un genitore quasi estraneo, che ha abbandonato da anni la famiglia per ritirarsi in una solitudine caparbiamente distaccata dal mondo e dagli affetti. Così, scoprendo un padre attraverso tracce labili, oggetti e carte, egli viene ad apprendere anche i frammenti atavici della propria origine in una Europa centrale del primo Novecento, al cui interno si celano le tracce di un antico delitto coniugale, che i parenti hanno cercato invano di occultare.
Questa ricerca del padre ignoto costringe Paul Auster a fare i conti con un’inedita sensazione di perdita esistenziale, una mancanza che diventa per lui straziante, anche perché amplificata dalla quasi contemporanea separazione dalla moglie, con tutti gli interrogativi riguardanti i forti sentimenti che lo legano al figlio, il piccolo Daniel e le ripercussioni che il divorzio avrà sul suo futuro. Nasce così, come governato sempre dalla “musica del caso”, un complesso mosaico di immagini, di riflessioni personali, di coincidenze e associazioni, che fanno di L’invenzione della solitudine – scritto nel 1979 e pubblicato nel 1982, tre anni prima del successo internazionale della Trilogia di New York – non solo un delicato ritratto di famiglia, ma anche un’articolata e complessa riflessione sulla vita e sulla morte, sul senso stesso dell’esistenza umana.

«Nello spettacolo – osserva il regista Giorgio Gallione – c‘è un urlo, ma a bassa voce, una commozione intima. La struttura teatrale è quella del monologo, ma di fatto si tratta del dialogo con un interlocutore muto, perché c’è sempre piena coscienza della presenza del pubblico. L’invenzione della solitudine è un continuo interrogarsi su un’assenza, un tentare di afferrare ciò che ha sempre voluto essere inafferrabile, il rapporto e la distanza fra due persone, unite da legami di sangue. Come regista, e con la complicità dello scenografo Guido Fiorato, ho evidenziato la natura schizofrenica del racconto, ribaltando continuamente allo specchio situazioni e punti di vista, e trovando in Giuseppe Battiston un attore che riesce sempre a essere nello stesso tempo concreto e poetico, individuale e universale».

Cristina Capodaglio

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