Interrogarsi

Pacifico Di Consiglio, detto Moretto.


Ogni gruppo, collettività, nazione o popolo ha i propri eroi. Gli ebrei romani hanno avuto Pacifico Di Consiglio, detto Moretto. Cresciuto senza il padre fra gli stenti di una Comunità assillata dalla povertà, ribelle per carattere e combattente per vocazione, Moretto è il giovane che reagisce alle leggi razziali scegliendo di allenarsi a fare il pugile, per difendere la propria libertà e in attesa dei prevedibili scontri con i fascisti. Nella Roma in camicia nera, capitale del regime di Benito Mussolini, gli ebrei vengono espulsi dalle scuole, cacciati dai posti di lavoro, discriminati sui luoghi pubblici ma Moretto resta a testa alta. Non abbassa gli occhi di fronte ai gagliardetti del fascio che sfilano su via Arenula, non accetta ingiurie personali e offese al popolo ebraico. Reagisce sempre. E spesso in solitudine. Dopo l’8 settembre 1943, l’arrivo dei tedeschi e la razzia degli ebrei di Roma da parte delle SS lo trasforma in un uomo braccato. Sfugge in continuazione agli occupanti che gli danno la caccia ricorrendo a ogni mezzo, incluse le spie. Viene arrestato ma evade. In una cella di via Tasso è picchiato a sangue ma non cede all’aguzzino che gli chiede nomi e indirizzi. Nel carcere di Regina Coeli trova il momento giusto per beffare le guardie e riuscire ad andare a farsi la barba. Ogni volta che lo prendono tenta la fuga. Non si arrende mai all’ipotesi di finire inerme nelle fauci dello sterminio. Evade dalle celle della polizia a piazza Farnese lanciandosi dal secondo piano. Si getta dai camion tedeschi sorvegliati da militari italiani, inseguito da raffiche di mitragliatrice. Torna a Roma, a Portico d’Ottavia, vi vive nascosto, quasi lo presidia, con i tedeschi a Roma. Per lui è una sfida per la vita. Passeggia spavaldo per le vie della città occupata come testimonia la foto della copertina di questo libro. Uccide numerosi tedeschi con ogni arma a disposizione, incluse le sue mani. Impara ad usare fucili e pistole, è un resistente solitario di una Comunità falciata da deportazioni, uccisioni, lutti e miseria. Non cede mai, dentro di sé si batte con l’orgoglio dei Maccabei, gli eroi che difesero l’antico Tempio di Gerusalemme dalle profanazioni ellenistiche. Oltre ai pugni, con o senza guantoni, sa usare pistole e fucili tedeschi strappati agli occupanti. Nel 1944 prende la tessera del Partito d’Azione, è con i gruppi partigiani che sorvegliano i ponti sul Tevere per impedirne la distruzione da parte dei tedeschi in fuga. E quando le truppe alleate nel giugno 1944 entrano a Roma gli va incontro, combatte con loro, aiuta i soldati americani a liberarsi degli ultimi cecchini tedeschi. Sono giorni in cui la lotta di liberazione costituisce il primo riscatto dal nazifascismo rappresentando per Moretto una svolta che terrà sempre con sé, assieme alla tessera delle associazioni degli ex partigiani.

diconsiglio_bisLe pagine de “Il ribelle del Ghetto” raccontano il quotidiano eroismo di un ebreo romano che non si è mai arreso all’inevitabilità dello sterminio, che ha sempre creduto nel riscatto del popolo ebraico e nella sua straordinaria capacità di sopravvivere. Lo ha fatto anche grazie a Fortunata Di Segni, la giovane ragazza di cui incise il soprannome “Ada” su un cucchiaio di legno nei giorni più bui passati a Regina Coeli che dopo la guerra ritrovò, corteggiò rispettando il galateo dell’epoca e sposò, trasformandola nella dolce e determinata “Anita”, come venne soprannominata dai tanti che vedevano in Moretto il Garibaldi di Portico d’Ottavia. A guerra finita la Comunità è a pezzi, somma vittime e disastri, e Moretto è uno dei protagonisti della ricostruzione. Raccoglie intorno a sé i reduci dello sterminio, e i loro figli, in maniera da potersi opporre alle scorribande dei nostalgici fascisti che a breve distanza dalla cocente sconfitta rifiutano di arrendersi alla storia e tentano ancora di fare irruzione a Portico d’Ottavia per colpire gli ebrei. Moretto è il leader naturale di chi difende la Piazza dai vecchi e nuovi aggressori e quando Elio Toaff diventa il nuovo Rabbino Capo della Comunità trova in lui l’interlocutore che serve per progettare una ricostruzione che ha il suo pilastro più solido nel gruppo dei volontari che garantiscono la sicurezza di sinagoghe, scuole e luoghi di ritrovo, spesso entrando in contrasto con la dirigenza comunitaria di allora, ancora imprigionata nei timori del passato.

Questi volontari sono “I ragazzi di Moretto”, come li chiama Mino Di Porto nel giorno del Limud, e questo libro ne raccoglie le testimonianze, li fa parlare come mai hanno fatto prima per raccontare una stagione di valori comuni, coraggio personale e sacrifici famigliari che rappresenta un patrimonio di esempi per le nuove generazioni perché testimonia, come osserva il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, la “lotta contro Amalek”.

Se è Pacifico a raccontare se stesso nel prezioso documento costituito dall’intervista registrata dalla Shoah Foundation è grazie all’infaticabile passione di Alberto, figlio di Moretto, della moglie Miriam e del figlio Daniele che è stata possibile la raccolta delle interviste che ci accompagnano dentro il mondo di Moretto.

da: http://www.memoriebraiche.it.

Cristina Capodaglio

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