Parterre e asfalto

La Festa. Teatro Argentina Roma.


In occasione del FESTIVAL DELL’ARTE RECLUSA III° EDIZIONE – ANNO 2013, col Patrocinio di Roma Capitale, con il sostegno della Fondazione Roma-Arte-Musei, organizzato dal Centro Studi Enrico Maria Salerno, in collaborazione con il Teatro di Roma e la Direzione della C.C. Roma Rebibbia N.C., andrà in scena il 13 settembre 2013 al Teatro Argentina di Roma lo spettacolo LA FESTA.

L’ideazione e la regia sono di Laura Andreini Salerno e Valentina Esposito, che firma anche la drammaturgia.

festa1Il cast, davvero di eccezione, è composto dai detenuti attori della Compagnia del Reparto G8 della Casa Circondariale Rebibbia N.C., insieme a venti giovani allievi dell’Accademia Internazionale d’Arte Drammatica: Fabio Albanese, Massimo Alletta, Giuseppe Borzacchiello, Jacopo Cinque, Patrick Cosma, Sandro Dari, Marco Dell’Unto, Cristiano Demurtas, Vincenzo Di Letizia, Alessandro Di Murro, Massimo Di Stefano, Giovanni D’Ursi, Alessio Esposito, Andrea Ferrara, Roberto Fiorini, Roberto Fois, Alessandro Forcinelli, Maria Gentiloni Silveri, Filippo Giuffrida,Toma Jovanovic, Giorgio Latini, Stefano Laurenti, Marta Maggio, Tommaso Marsella, Pamela Massi, Giulia Modica, Alfio Maria Motta, Romolo Napolitano, Elena Oliva, Fabrizio Orlando, Ruggero Palmiotto, Laura Pannia, Ciro Pauciullo, Teresa Pauciullo, Elisabetta Petronio, Giancarlo Porcacchia, Massimo Ramoni, Lida Ricci, Margherita Tiesi, Mohammed Tifas, Mark Tosi, Giuseppe Valerio. Scenografia Enzo Grossi, costumi Paola Pischedda, luci Valerio Peroni e Cosimo Marasciulo, tecnico del suono Gino De Dominicis, foto di scena Livia Cannella, organizzazione Alessandro De Nino e Serena Lesti, direzione artistica Laura Andreini Salerno.

Per la prima volta, al cast dei detenuti-attori di Rebibbia N.C., si affiancano venti giovani allievi attori. Insieme rendono possibile la ricostruzione emotiva di una vicenda sospesa tra il passato e il presente, tra l’ingenua gioventù e la dura maturità, tra la vita libera e la vita reclusa nel ventre del leviatano, la grande nave che non approda mai.

Trama: Primi Novecento. Nelle cucine di un grande transatlantico in rotta verso le Americhe, si svolge una vicenda d’amore paterno, filiale, una storia di nostalgia e rimpianto tra passato e presente. L’immensa nave addobbata a festa ripercorre il viaggio inaugurale di diciotto anni prima. A quel tempo l’equipaggio viaggiava verso l’illusione di una nuova vita intorno al mondo. Tanti anni dopo, invecchiati, quasi “reclusi”, i cuochi di bordo attendono ansiosi che la giovane Miriam ricompaia nelle loro vite. Miriam: la figlia dell’armatore, la bambina che aveva trascorso in navigazione i primi sei anni della sua vita condividendo con l’equipaggio un’infanzia serena sull’oceano perennemente in bonaccia. Miriam: che a sei anni lascia la nave per affrontare la vita a terra, la scuola, l’adolescenza, l’esperienza del mondo “normale”, lasciando dietro di sé l’affetto di altrettanti padri quanti erano i cuochi della nave. Loro la ricorderanno per sempre, unico affetto filiale fra il rude cameratismo della ciurma, il clangore della sala macchine e il caos organizzato dei fornelli. Siamo alla vigilia del ballo per il suo diciottesimo compleanno, la festa sarà grandiosa, 800 sono gli invitati ma solo a lei è dedicata la sublime raffinatezza delle portate. Lei, Miriam, tornata sulla nave per festeggiare il proprio diciottesimo compleanno, si ricorderà di quei cuochi ragazzi divenuti ora maturi chef che non sono mai davvero riusciti a salire le scale che dalle cucine sottocoperta conducono ai grandi saloni delle feste di prima classe?  Nelle cucine del transatlantico si vive la frenetica laboriosa attesa di un ritorno che restituisca un attimo di gioia dopo i lunghi anni della solitudine affettiva. Ma Miriam non si fa viva. I piatti che le vengono espressamente preparati ed inviati in cabina, ritornano intatti alle cucine. Fra i saloni e i ballatoi, inservienti riportano voci inquiete. Forse Miriam è triste, forse è vittima di un dispiacere a tutti sconosciuto. L’enigma diventa motivo ispiratore per parlare dei sogni infranti, dell’età della giovinezza, di quello che è stato e che poteva essere, dei sogni ancora da realizzare, speranze e desideri. Dell’amore. Amore paterno, amore filiale. La pièce prova a scandagliare l’anima di uomini che dalla loro reclusione si commuovono al pensiero degli affetti lontani, dei figli distanti, degli amori perduti. E scandaglia l’animo dei giovani, di quel difficile rapporto figlio-padre, fatto di incomprensioni e ribellioni. La reclusione diventa così metafora dell’infinito lavorio dell’anima alla ricerca del significato universale dell’essere padri e dell’essere figli.

Cristina Capodaglio

 

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