Parterre e asfalto

Saga: il Canto dei Canti. Giovanni Lindo Ferretti.


Giovanni Lindo Ferretti: “Si tratta di un progetto teatrale, perché nasce da un libretto d’opera. Ma anche presagio, egloga, scaturigine, requiem, vaticinio, ode e romanza diventato partitura musicale. Barbarico, con un mix di potenza sonora, sudore, polvere, e naturalmente qualcosa di montano, perché nato sui monti, e alimentato da paesaggi, animali.Fatto di genti di cui racconta la storia a futura memoria, fissandone gesti, posture, modalità dell’essere radicati nell’epica, un grande segno d’appartenenza. Uno spettacolo folle, in un momento come questo di crisi economica, ma anche “romantico e coraggioso”. Sicuramente impegnativo, perché disdegna i camerini e necessità di scuderie capienti, non calca il palcoscenico ma l’arena, non mangia al ristorante e non dorme in hotel, ma bivacca in accampamento attorno alle stalle. Insomma si muove con ritmi da transumanza ma usa tecnologie e impianti sonori d’avanguardia”.

Giovanni-lindo-ferretti-cavalliGiovanni Lindo Ferretti cerca di emulare la vita dei suoi antenati valorizando l’amore per la montagna, gli Appennini, i cavalli: “Un teatro barbarico montano composto di quattro persone e nove cavalli maremmani, la dimostrazione di quanto il rapporto uomo-cavallo abbia segnato la nostra civiltà. In più il maremmano è il cavallo italiano più famoso nel mondo, protagonista dell’unica tradizione equestre locale, riconoscibile ovunque grazie alla sua caratteristica bardatura. È il testimone della Storia e di ciò che siamo stat: dall’epoca dei Celti e dei Romani al peregrinare di Maria Maddalena, delle guerre Goto-Bizantine alle corti Longobarde, alle abbazie Benedettine. E poi i valichi dei Santi: da San Colombano Abate, in Bobbio, a San Pellegrino Eremita d’Alpe. Un’opera equestre. La forza elegante dei cavalli, i suoni, i fuochi, le luci del tramonto. Anche se raccontare migliaia d’anni in un paio d’ore non è cosa facile. C’è la dimensione arcaica e quella moderna. Il difficile è stato trovare il perfetto bilanciamento tra le due. E’ un gioco, che sta tra Wagner e i Pink Floyd, dovessi definirlo, pensando alla musica degli anni ’70, dire che è regressive-rock. Ed è anche la cosa più punk e vitale che abbia mai fatto: un vero giro di boa, un ricominciare la stessa cosa che facevo da giovane, però vista da un’altra angolazione. Mi sono liberato del peso del passato! Adesso alla fine del concerto suoniamo Emilia Paranoica oppure Spara Juri. Faccio un totale tabula rasa cerebrale: ognuno può pensare ciò che vuole e vedere quello che crede, per me è black out completo… tutti cantano, tutti saltano… Li considero tre minuti di ricreazione”.

 

Cristina Capodaglio

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