Parterre e asfalto

Gabriele Lavia. I giorni del buio. Roma Teatro Argentina.


Con I giorni del buio il teatro incontra la strada per guardare la realtà e le facce che la portano impressa: vite e storie di uomini e donne di ogni età con un passato da riscattare e un futuro da immaginare. Ritratto di un mondo reale, popolato da reietti e respinti dalla società, su cui Gabriele Lavia accende i riflettori con il gruppo di 19 giovani attori chiamati singolarmente a raccogliere altrettante testimonianze, confessioni, storie e pezzi di esistenza vissuta, fra gli homeless di Roma. Un’operazione di grande valore artistico e sociale che ha coinvolto i ragazzi dell’Accademia nella stesura del testo drammaturgico, rendendoli contemporaneamente attori e autori di un affresco corale sull’emarginazione che alza il sipario su 19 storie, 19 naufraghi ai margini della città, da vedere e da ascoltare.

HomelessUna sequenza coreografica collettiva intreccia ciascuno dei 19 singoli monologhi in un unico grande flusso che porta tutti in scena per raccontare le difficoltà e la desolazione, ma anche l’ingegno e la loro voglia di vivere.

Gabriele Lavia: “Avevo in mente uno spettacolo “strano”, una danza, un canto. Una specie di “ballata”. È venuto fuori I giorni del buio. Di giorno, si sa, c’è la luce; di notte c’è il buio. Qui succede il contrario. Gli homeless o i barboni (come amano chiamarsi tra loro) vivono una vita “rovesciata” e il rapporto (platonico per noi) buio-luce, con tutte le valenze simboliche non ha più senso. Nella “luce” non appare più “lo svelato” (la verità) – racconta Gabriele Lavia –  Ho chiesto ai giovani attori dell’Accademia d’Arte Drammatica di raccogliere le testimonianze o “confessioni” (ma forse sarebbe meglio dire le “confidenze”) di uomini e donne che vivono accanto ad altri uomini e donne “con la casa”. Cosa differenzia gli uni dagli altri? La casa, appunto. Non avere la casa è il “buio” per questi uomini e donne. Vivere per la strada non ha “luce”. Le confidenze raccolte dai giovani attori sono lunghissime. I nostri barboni (vogliono essere chiamati così. Barboncino è il barbone novello. Aspirante barbone è il Barbone che ha almeno cinque anni di anzianità. Non esiste il maestro barbone. “I barboni sono tutti maestri”, ci ha confessato un nostro nuovo amico). Le “confidenze” dei nostri barboni, dicevo, sono lunghissime. Ne abbiamo estratto un “frammento” per ciascuno. Non volevo nulla di “realistico”. Non volevo che i nostri giovani attori facessero la parte di barboni di una certa età o, addirittura, fossero vecchissimi. Pensavo a giovani attori che dessero il loro “respiro poetico” all’anima dei nostri nuovi amici senza nessuna “mimesi”, anzi segnandone la distanza. Il rispetto. “Se non hai nessuno che ti vuole bene … smetti di esistere … e diventi un fantasma …” ci ha detto una signora barbona. E un signor barbone: “L’uomo è un animale strano”. Chissà cosa volesse dire. Ma noi abbiamo imparato qualcosa. Forse una domanda”.
Saggio di Diploma del III anno del Corso di Recitazione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica  “Silvio d’Amico”

regia e drammaturgia  Gabriele Lavia
coreografia Enzo Cosimi

con Rosy Bonfiglio – Johanna, Valentina Carli – Pina, Barbara Chichiarelli – Italia
Giulio Maria Corso – Karim, Flaminia Cuzzoli – Susy, Valerio D’Amore – Vincenzo
Alessandra De Luca – Nina, Arianna Di Stefano – Ira, Desiree Domenici – Tiziana
Carmine Fabbricatore – Lello, Giulia Gallone – Maria, Samuel Kay – Caesar
Matteo Mauriello – Leonardo, Marco Mazzanti – Giovanni, Ottavia Orticello – Edda
Alessandra Pacifico Griffini – Dolores, Gianluca Pantosti – Maurizio, Eugenio Papalia – Benny
Matteo Ramundo – Paul, Veronica Polacco – assistente

costumi Gianluca Sbicca
scene Paola Castrignanò
assistente alla regia Giacomo Bisordi
foto di scena
Tommaso Le Pera                                                             

Dal 19 al 23 giugno 2013 – Teatro di Roma | Accademia Nazionale d’Arte Drammatica  “Silvio d’Amico” | Fondazione Teatro della Pergola

Cristina Capodaglio

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