il gallo di MEZZANOTTE

Giovanni Arcuri, libero (dentro)


Il Cesare dei Fratelli Taviani si racconta: dall’attività letteraria a quella teatrale e quello della scrittura è l’unico genere di evasione che può permettersi a cuor leggero.

Giovanni Arcuri, 56 anni, romano, da prim’attore delle cronache giudiziarie, tanto da essere ristretto da oltre 10 anni nel carcere di Rebibbia si è saldamente impadronito di una nuova vita, fatta di scrittura e di cultura: cinema, teatro, premi letterari.

giovanni arcuriMolti di voi lo ricorderanno protagonista del film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”, nella parte proprio di Giulio Cesare, avendone le physique du rôle; altri hanno occhieggiato il suo nome in libreria, perché, nei giorni del film, ha scritto libri e racconti che hanno mietuto premi letterari ed attenzione della critica.

Il mestiere di scrivere ha forse contribuito al suo mutamento interiore? Lo incontriamo per farcelo raccontare, in compagnia della scrittrice Antonella Bolelli Ferrera, fervida ed instancabile organizzatrice del Premio “Goliarda Sapienza”, dedicato alla grande scrittrice siciliana, che ebbe un’esperienza dietro le sbarre.

“Ho avuto una vita molto movimentata – narra – che mi ha portato a scelte sbagliate. Amo scrivere ed ho raccontato tutto il mio itinerario esistenziale in un’autobiografia che, al momento, ho nel cassetto. Non dispero di trovarle un editore che la valorizzi. Visto il genere molto movimentato, credo che sia più adatto ad essere tradotto direttamente in inglese, perché il mercato statunitense probabilmente è più adatto al tipo di trama che rappresenta la mia vita.”

Una vita contro, quella di Arcuri. Una vita fuori (legge) che solo finendo dentro (il carcere) ha operato un svolta, anche se i semi culturali di quest’evoluzione personale erano già in lui.

Quando è cominciato il suo rapporto con la scrittura?

“Negli anni del Liceo, che ho frequentato al Mamiani qui a Roma. Era una scuola piuttosto connotata politicamente a sinistra. Io ero attratto dagli autori della Beat generation, quelli che andavano per la maggiore in quel periodo, ovvero gli anni ’70, Kerouac in testa, ma anche Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer; ma anche da Charles Bukowski. Visto, poi, l’imprinting politico della mia scuola, non mancavano letture “storiche”, come Marx, Lenin, Bakunin.

Ero in una fase di “osservazione” dei comportamenti dei miei compagni di scuola, di coloro che pensavano di essere di sinistra solo perché indossavano l’eskimo verde e si proclamavano contro il sistema. Già allora ne percepivo l’incoerenza, come quella del figlio di un noto produttore che si divideva fra party – bene e vita da contestatore. Io li stavo a guardare e leggevo preparandomi ad identificare il mio destino.”

Cosa è accaduto poi, come si è instradata la sua vita?

“Invece che frequentare l’Università, ho inseguito la mia bramosia di viaggiare. Ho visitato tutta l’Europa in autostop. Ed un giorno, avevo diciott’anni o giù di lì, ho letteralmente preso il largo. I miei genitori mi immaginavano a Cortina; io invece ero su una bananiera, con un amico, con rotta verso la Tunisia. E scrivevo, scrivevo. Ho riempito pagine e pagine di block notes. Uno tutto intero solo nella notte del 31 dicembre, quando, in perfetta solitudine fissavo il mare di Cartagine e scrivevo. Poi ci fu una lunghissima interruzione, trent’anni o giù di lì.”

E cos’è accaduto in un così esteso lasso di tempo?

“Innanzitutto, avviai una mia attività imprenditoriale a cui, poi, si aggiunse una parallela attività meno limpida. Abitavo a Park Avenue, in un condominio dove avevo come coinquilini una serie di VIP dello star system e intrecciavo la giungla d’asfalto a quella vera.”

 Non scrisse più, ma la lettura?

“Quella non l’abbandonai mai. Non mi perdevo un Harold Robbins o un Robert Ludlum. Nel suo “L’ultimo avventuriero” quasi quasi mi ci rispecchiavo. In quel periodo la mia scrittura si silenziò, per riprendere dopo il mio arresto e l’arrivo a Rebibbia, nel 2001. Da allora in poi, ne ho avuto di tempo per scrivere.”

Da quel momento in poi, Giovanni Arcuri ha avuto una feconda produzione letteraria, conquistando anche una serie di premi, come la Medaglia del Presidente della Repubblica, al Premio Carlo Castelli, o la menzione speciale al Premio dell’Università “La Sapienza.

Quale è stata la sua prima opera?

“S’intitolava ‘Il nemico invisibile’ e l’ha edito nel 2008 la Herald Editore. Narra la storia di un giornalista che diventa cacciatore di terroristi islamici. L’editore Roberto Boiardi venne a trovarmi fino in carcere e decise subito di pubblicarlo. Io avevo impiegato un anno intero a scriverlo, a mano, in tanti block notes. Non avevo computer e scrivevo di sera, chiuso nella mia suite, che per fortuna era singola… (ride).

Il secondo libro “Libero dentro – Riflessioni di vita vissuta” edito da Albatros Il Filo, risale al 2011. Inizio con i ‘Quaderni dal mondo’, la prima sezione. Poi, a pagina 61 c’è il cambio di scena: dallo sfondo mondano a quello del carcere. Ho raccontato tutto con coerenza e senza sconti.

All’attività letteraria unisco quella teatrale, nella Compagnia “Liberi artisti associati”. Da quell’esperienza è poi nata la pellicola “Cesare deve morire”.  Attraverso queste attività sono riuscito a leggermi dentro, a capire cosa volessi fare nella vita. Ed era scrivere, perché la scrittura ti permette di dire ciò che vedi: più scrivi, più acquisti in consapevolezza. E sono convinto che la scrittura, la cultura siano importanti strumenti di evoluzione interiore, facendo abbandonare percorsi devianti e donando a ciascuno nuove prospettive”.

intervista di Gianluca Abbate pubblicata su L’Indro il 27 maggio 2013

Cristina Capodaglio

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