Interrogarsi

Ulysses di Joyce. Traduzione di Gianni Celati.


L’odissea di Gianni Celati, noto scrittore, traduttore e critico letterario è durata circa sette anni, tanto il tempo che gli è servito per la traduzione dell‘Ulysses di Joyce. La casa editrice Einaudi lo convince a tentare l’impresa, terminata lo scorso 6 marzo 2013, suo personale Bloomsday, giorno di uscita dell’Ulisse di James Joyce.

Conclusa l’eroica avventura Celati dichiara: “Cosa farò ora? Nulla. Ho smesso di correre. Aspetto la morte”.

PREMIO CAMPIELLO 2005L’impresa iniziata anni fà è stata portata a termine dopo un vero e proprio inseguimento da parte della casa editrice. Celati: ” non ce la farò mai!” » e alla fine, disse sì. “Con il sentimento di chi si butta in un mare tempestoso senza certezza di poter stare a galla”, scrive nella prefazione alla sua versione dell’Ulisse, quarta traduzione italiana del capolavoro di Joyce dopo la storica traduzione di Giulio De Angelis (Mondadori, 1960), la versione di Bona Flecchia (Shakespeare and Company, 1995) e quella a quattro mani di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi (Newton Compton, 2012).

Celati: “Alla fine dissi sì. Rifiutare il progetto dell’Einaudi era impossibile. È la casa editrice dove ho pubblicato le prime cose, dove conobbi Calvino… Era il 2005, credo. Avevo vinto una borsa di studio in Germania, lì potevo stare un po’ in pace, e iniziai“.

Iniziò dalla fine, dal soliloquio di Molly, un flusso di coscienza di otto interminabili frasi senza punteggiatura che descrivono i pensieri della moglie-Penelope a letto, accanto al marito Leopold Bloom: Sì perché non l’aveva mai fatto di chiedere la colazione a letto…. È l’ultimo episodio dell’Ulisse, il diciottesimo. “Ripensandoci ora, è l’unica parte del libro che potrei rifare. Ma solo se il monologo fosse recitato da una donna reale: sapendo chi è quella donna, guardandola, potrei ritradurre i suoi pensieri, perché Molly è una persona vivente”.

Libro incredibile l’Ulisse. Celati: “Perché quella dell’Ulisse non è una lingua. È una stralingua, che prende dentro tutto: echi, citazioni, dialetti, espressioni gergali… l’Ulisse è statisticamente il libro con il lessico più espanso di tutti i testi stampati che conosciamo, Bibbia compresa: nessun libro ha una tale quantità di parole diverse”.

Gianni Celati si laureò con l’Ulisse e si è ritrovato a 65 anni solo e pieno di dubbi ad affrontare una tale impresa, assediato da un esercito di dizionari, lessici ed edizioni annotate, davanti al mostro: “Sì, un mostro. Che mi spaventava, mi dava fastidio… Sulle prime non avevo voglia. Ero incapace di andare avanti. Poi mi diedi delle regole: sveglia alle cinque di mattina, lavoro fino alle cinque di sera, sonno, sveglia, sonno…. Non bastava. Ci riprovai quando mi trasferii a Brighton. Tornai a leggere e rileggere Joyce, a combattere con vocabolari di inglese, gaelico, francese..”.

E la scrittura? “Trovare il modo giusto di ri-scrivere fu ancora più difficile. È come provare oggi a parlare come parlava Dante, che usava le lingue di tutte le regioni d’Italia. Non sapevo cosa fare. Era impressionante. Avevo già tradotto Céline, e quando vivevo a Parigi imparai l’argot, la lingua della mala e delle puttane, andavo nei bistrot a chiedere alla gente il significato dei vari termini. Con Joyce è stato peggio. Ho dovuto rifarmi un vocabolario. Ma manca sempre qualcosa. Poi, come un dono arrivato chissà da dove, ho capito che il modo per uscirne era considerare tutto un gioco. È così: non c’è nulla di serio in Joyce. Neanche mezza frase. Tutto un gioco, uno scherzo, come in Rabelais, come la lingua maccheronica, come Teofilo Folengo. Capito questo, l’impresa rimaneva terribile, ma fattibile. Avevo preso il ritmo”.

Celati: “Libro scritto da un uomo che doveva diventare tenore, Joyce era portatissimo per la musica, quando abitava a Trieste fu chiamato a Zurigo per fare il tenore» – l’Ulisse è tutto ritmo, un testo zeppo di citazioni «canterine» e richiami musicali: dall’opera lirica alla filastrocca, dal canto gregoriano alla cantata mozartiana alle parole onomatopeiche, i versi, i suoni… Pflaap! Pflaap! Cucù… chiuppete e chiappete…”.

“La chiave di volta è il ritmo. Joyce non scriveva come noi. Aveva un suo modo di parlare, ormai scomparso. Ma se io lo prendevo, ero salvo. O quasi. L’episodio più ostico? L’undicesimo, quello delle Sirene, quando Bloom pranza e pensa, guardando le cameriere, Bronzo con Oro udito il suon di zoccoli, d’acciai rombanti, Impertnènt tnènt tnènt… Pagine impossibili. Il più bello? Quando Gerty MacDowell provoca Leopold che la spia, mostrando la lingerie nuova, e lui si masturba…”. «E così, fra momenti di tranquillità e altri di disperazione in cui chiamavo l’Einaudi dicendo che abbandonavo tutto, a un certo punto, dopo revisioni, cambiamenti e riletture, ero pronto per consegnare il lavoro”.

E mai come quando si sbarca a Itaca, la propria casa è così lontana. “A Londra, mentre scendevo dal treno per andare a prendere il volo per Torino, due anni fa, mi rubano il computer. Con dentro tutto”.

Mesi di disperazione. Mesi di depressione. Mesi di altro lavoro. “Avevo degli appunti, ero distrutto, mi diede una mano una correttrice di bozze dell’Einaudi…». Sei mesi fa, la consegna definitiva. «Che cosa provo adesso? Niente. Non me ne importa niente, gliel’ho detto. Tanto morirò tra poco tempo”.

da un’intervista a Gianni Celati.

Cristina Capodaglio

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2 thoughts on “Ulysses di Joyce. Traduzione di Gianni Celati.

  1. Ciao. Intervenendo per la prima volta, ti porgo i miei complimenti: davvero molto, molto interessante, sia per contenuti quanto per la struttura-il gioco semantico e semiologico, tra leggerezza e profondità di riflessione/informazione. L’intervista a Celati mi ha fatto tornare in mente le uniche due volte in vita mia in cui ho preso in mano Ulysses del Maestro. Una per studiarlo. Una per provare a capirlo. E ancora non credo di esserci riuscito appieno, nonostante fior fiore di critici e lettterati ci abbiano ripetutamente provato. Tradurlo? Un’impresa eroica…è chiaro che ci si senta svuotati e pronti al niente, alla morte, all’infinito: Ulysses è il Libro! La mia sensazione personale è che, affrontare quel flusso geometrico e aritmetico e ritmico di parole, è come voler comprendere l’universo umano. Però poi ci si sveglia, dopo la Veglia: tradurre la genialità sottende altra genialità. E non v’è metodica che tenga: o ci sei o ne sarai sconfitto. Ancora complimenti per il tuo lavoro e a presto.

    • Naturalmente grazie. I complimenti sono centellinati. Sensibilità, cultura e conoscenza sono quasi fuori-moda! Joyce e le parole: gioco semantico e semiologico mi fanno ben sperare di essere oramai permeata, in quanto visitata, da un Genio-Maestro che guida la mia non-opera…

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